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Il ponte

11.04.2017

il ponteLa giornata, anche oggi, è stata lunghissima. E ne è stato vissuto ogni secondo. I telefonini sono quasi scarichi, persino i caricabatterie sono stanchi per quante volte sono stati chiamati a fornire il loro indispensabile contributo. La camicia non è più perfettamente stirata come stamattina, stufa di essere riordinata.

– Non vedo l’ora di arrivare in albergo – le dice. – Anch’io – gli risponde Romina, sua moglie. Hanno appena finito di parlare con un produttore: un collega, in un certo senso. O forse era un distributore che, a sua volta, voleva diventare produttore proprio come loro due, o lo sognava. I ricordi, anche quelli più vicini, si fissano molto più difficilmente nella memoria dopo giorni in cui hai incontrato e parlato con centinaia di persone. I volti si confondono, le voci si dimenticano. Si salvano solo alcune frasi, alcune parole, tue e di altri, che speri rimangano: speri che quel ristoratore di Torino abbia capito, e non solo annuito, quando gli hai raccontato del significato, per il Salento, del Susumaniello, e speri di non scordare quella signora dai capelli argento quando ti ha detto che quel vino, il Lamiro, le stava ricordando il profumo di mandorle amare che mangiava da bambina, d’estate. Luigi e Romina sanno tutte queste cose, da molto tempo vivono di fiera in fiera, di Vinitaly in Vinitaly. E non hanno bisogno di dirsele.

– Sistemo le schede nella borsa – gli annuncia Romina, guardandogli di sfuggita le scarpe: comode ma eleganti, le stava lasciando a casa, a Brindisi. – Vedi che ti sono servite – gli fa notare, indicandole. Luigi alza le spalle, a metà tra un sì e un se non le avevo, sarei sopravvissuto lo stesso, pur consapevole che non è affatto così. Entrambi, preparandosi a lasciare per un’ultima volta lo stand, non possono fare a meno di darsi un’occhiata attorno. Lo scenario è quello di una festa di paese, o di una battaglia, che è finita da così poco che riesci ancora percepirne gli odori, l’eco delle voci o delle grida delle persone che l’hanno animata, resa viva, reale, ma tu sei arrivato un minuto troppo tardi per poterne essere parte. – Andiamo -la invita Luigi, accarezzandole la spalla, mentre con l’altra mano afferra la ventiquattrore che lei stessa gli riconsegna. Aggirano il bancone, guardano il lungo corridoio, in direzione dell’uscita. La strada è ancora lunga.

– Scusatemi -.

Entrambi si voltano, all’unisono. Quello che vedono è un signore che sorride. – Voi siete di Tenute Rubino? – domanda a tutti e due togliendosi dalla testa il berretto con la visiera, come fosse entrato in casa loro. – Siamo noi – Luigi anticipa di un secondo la moglie, che resta a osservare. – Ecco, non volevo disturbarvi, so che è tardi, che tutto qui è praticamente finito, ma mia moglie ieri mi ha parlato di un vino. Non ricordo come si chiama. È un vino che le ricordava un sapore di quando eravamo bambini. Un sapore di mandorle -. Luigi riaffida la ventiquattrore alla moglie. Non hanno bisogno di dirsi niente. Lei non ha bisogno di sapere niente. Perché già sa. Sa che il marito, adesso, tornerà dove entrambi erano stati fino a un attimo prima e che lui, accogliendo quel signore dai capelli argento come se davvero si trovasse in casa loro, sarà ancora una volta il ponte tra un essere umano e il suo sapore perduto.

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